Belluno

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Piave, Ponte della Vittoria

lunedì 6 dicembre 2010

Lo storico incontro tra Hitler e Mussolini a Villa Gaggia (Belluno). E il retroscena dell'attentato che non ci fu

Se fosse riuscito, la II Guerra mondiale sarebbe finita con due anni di anticipo ed alcuni milioni di morti in meno. Nel luglio del ’43 c’era un piano per eliminare Hitler e Mussolini. L’ora X sarebbe dovuta scoccare in occasione dell’incontro svoltosi a Villa Gaggia di San Fermo. Ma il timore dell’avanzata comunista da parte del Vaticano e di chi a Roma lavorava già per il dopo Fascismo, fermò il blitz. La regia dell’attentato, o almeno gli indizi raccolti, convergono nello Stato maggiore (Badoglio), che voleva liberarsi di Mussolini. Ma, come vedremo, il piano viene esteso ad entrambi i dittatori, due piccioni con una fava. Il racconto e la testimonianza di un protagonista, Armando Bettiol, all’epoca studente universitario antifascista che ebbe un ruolo preciso nella vicenda.

L'incontro di Feltre
Il 19 luglio del 1943 avviene quello che passerà alla storia come “L’incontro di Feltre” tra Hitler e Mussolini. Benché Villa Gaggia, dimora estiva del senatore del regno Achille Gaggia (che con Volpi e Cini sarà interprete del decollo industriale nel dopoguerra della Sade, poi divenuta Enel), si trovi in realtà a San Fermo, o più precisamente a Socchieva, una località isolata fuori Belluno ad una ventina di chilometri da Feltre. L’errore, poi omologato dalla storiografia ufficiale,  è probabilmente dovuto ad un banale refuso dello stesso Mussolini, che nelle sue memorie lo ricorda appunto come “incontro di Feltre”. Alle ore 11, nel salone principale della villa, Hitler inzia a parlare dinanzi a Mussolini, il sottosegretario Bastianini, gli ambasciatori Von Mackenzen e Alfieri, il capo di stato maggiore generale Ambrosio, il feldmaresciallo Keitel, il generale Rintelen, il generale Warlimont, il colonnello Montezemolo, Schmidt, ed alcuni altri del seguito. Un freddo monologo con un lungo inventario di cose che l’Italia non aveva fatto, o aveva fatto male. Solo alle 11.30 un apatico Duce interviene per tradurre in tedesco il messaggio del bombardamento su Roma. L’ “Operazione Crosspoint” o “Notte di San Lorenzo”, quando 362 bombardieri pesanti B17 e B24 e 300 bombardieri medi 146 B26 e 154 B25, scortati da 268 caccia Lighting colpiscono la capitale alle 11 del mattino ed in sei ondate successive provocano 3000 vittime. Alle 3 del pomeriggio, con un nulla di fatto, si concludono i “Colloqui di Feltre”, e la colonna di auto riparte con un Mussolini insoddisfatto, nascosto dietro gli occhiali scuri sulla Mercedes scoperta alla sinistra di Hitler. La mattina seguente, il 20 luglio, Mussolini dalla capitale comunica al generale Ambrosio la sua intenzione di scrivere a Hitler che l’Italia non era più nelle condizioni di proseguire la guerra. Ma era troppo tardi. Il generale gli fa notare che questa decisione andava presa a Villa Gaggia. Dopo qualche giorno, infatti, il 25 luglio 1943, il Gran Consiglio farà cadere Mussolini. Seguiranno i 90 giorni di Badoglio e l’armistizio dell’8 settembre.

Il progetto dell'attentato e il contrordine
Un centinaio di Alpini, reduci di Russia, erano pronti ad eliminare Hitler e Mussolini con un blitz kamikaze. Al momento della presentazione delle armi (rigorosamente scariche), gli Alpini del picchetto d’onore avrebbero lanciato le bombe a mano contro i due dittatori, cercando poi di sfuggire alla reazione delle SS. Di motivi per farlo, questi soldati ne avevano da vendere, come dichiarò una ventina d’anni fa Nino Piazza, sergente degli Alpini (atti del “Convegno Alpenvorland 1943-45” - Palazzo Crepadona 21-23 aprile 1983). “Eravamo partiti in 1800 per la Russia e tornammo in 117 - dichiarò Piazza -  ai quali si devono aggiungere un centinaio di feriti rimpatriati prima della ritirata. Eravamo alloggiati in una caserma di Feltre, dove l’insofferenza per la disciplina era totale. Entravamo ed uscivamo quando volevamo. Ed anche se non c’era ancora alcuna forma di organizzazione antifascista, le esplosioni di odio incontrollato non si contavano. Si sentiva continuamente gridare Viva Lenin, Viva Stalin, Morte al Duce. Ma non ci potevano fare niente, perché noi eravamo quelli che la retorica ufficiale definiva gli Eroi della Russia. Un ambiente, insomma, dov’era facile trovare uomini disposti a tutto pur di eliminare colui che li aveva mandati al macello in Russia. Dalla fine del ’42, inoltre, esistevano a Belluno due organizzazioni antifasciste. Il Comitato d’azione antifascista, con Ernesto Tattoni e Armando Bettiol, che faceva capo al Partito d’Azione PdA. E la rete del Partito Comunista PC con Checco e Maria Da Gioz, Giorgio Bettiol ed Eliseo Dal Pont. “Qualche settimana prima dell’Incontro di Villa Gaggia - spiega il dottor Armando Bettiol -  fummo contattati dal maggiore Del Vecchio. L’ufficiale, originario di Pesaro, comandava gli Alpini reduci di Russia temporaneamente dislocati a Longarone. A noi venne assegnato il compito di portare la cassa di bombe necessarie per l’attentato, all’interno della villa. Tant’è che andammo a perlustrare la zona e individuammo nel lato sud, dove passa la ferrovia, il varco migliore per l’operazione. Insieme a Tattoni, portai la questione a Padova, al Comitato regionale veneto del PdA, presenti Meneghetti del Partito Socialista, Concetto Marchesi del Partito Comunista, Norberto Bobbio PdA e il conte Papafava, del Partito Liberale. Il Comitato ci incaricò di informare Ugo La Malfa esponente del PdA, con il quale ci fu poi un incontro a Milano e successivamente un altro contatto ad Asti, nella villa del maresciallo Badoglio, con una persona delegata da quest’ultimo. Ricordo – prosegue Bettiol – che per verificare l’attendibilità del maggiore Del Vecchio, partecipammo ad un incontro in casa dell’onorevole Macelli a Pesaro, città di provenienza di Del  Vecchio” C’era, insomma, la mano dello Stato maggiore dell’Esercito a monte, che contattò l’antifascismo locale bellunese e non viceversa come sostenne il sergente Nino Piazza. “Era impensabile – prosegue Bettiol all’epoca 19enne universitario alla Facoltà di Giurisprudenza di Padova con Tattoni  – che un gruppo di giovani potessero aver progettato da soli un attentato di questa portata.”  All’ultimo momento però c’è un cambio di programma, il picchetto d’onore degli Alpini viene cancellato. E dunque, il blitz sarebbe stato più difficile perché gli Alpini avrebbero dovuto penetrare dal bosco superando il fuoco delle mitragliatrici delle SS piazzate nei fossati che erano stati scavati intorno alla villa. Per questa ragione, ma non solo, l’attentato venne sospeso per ordine delle direzioni nazionali del PCI e del PdA, rappresentati regionalmente da Concetto Marchesi e Ugo La Malfa. A questo punto possiamo fare due ipotesi.  Mancavano pochi giorni alla destituzione di Mussolini, evidentemente qualcosa c’era già nell’aria ed i tedeschi non si fidavano più di nessuno: Hitler decide di attorniarsi delle sue fedelissime SS e dispone che venga soppresso il picchetto d’onore italiano. Del resto, anche i mobili della sala nella quale si svolse la riunione vennero sostituiti con altri appositamente controllati dai tedeschi. Anche Eugene Dollmann, colonnello delle SS ed interprete dei principali colloqui di Hitler dal ’33 al ’45, nel suo libro “Roma nazista” avvalora questa sindrome della congiura che oramai serpeggiava tra i tedeschi: “Raggiunta la villa - scrive Dollmann, che però non era presente all’incontro di Villa Gaggia - il comando della piccola scorta al Führer, non ebbe più alcun dubbio: si trattava di un’imboscata. Tolsero la sicura dalle pistole, armarono i mitra e si disposero intorno alla villa, pronti a difendere la pelle. Ebbene - commenta Dollmann - la scelta di quella località da parte del cerimoniale di Palazzo Chigi, potrebbe essere perdonata qualora risultasse da documenti segreti che intorno a quella remota residenza estiva, nei monti, nelle foreste, lungo i fiumi ed i ruscelli, un audace cervello avesse nascosto truppe fidate, pronte a catturare entrambi i dittatori, facendo così cessare di colpo la guerra su tutti i fronti. Diversamente - prosegue Dollmann - non avrebbero avuto giustificazione tutti gli strapazzi patiti, dal volo fino a Treviso, poi il lungo viaggio in ferrovia, con molto fumo fino a Feltre e le successive ore di auto. Quanto non si sarebbe risparmiato all’Europa ed al mondo, se re Vittorio Emanuele, Acquarone (il duca Pietro Acquarone, ministro della real Casa ndr), e gli attori secondari, da Ambrosio all’ultimo tenente dei carabinieri, avessero anticipato di qualche giorno l’andata in scena del loro Sogno d’una notte d’estate” - osserva Dollmann - ipotizzando un blitz nel magnifico bosco incantato, tra i caprioli che si accostavano alle tavole imbandite, elemosinando leccornie e le poche guardie appostate tra i cespugli, oramai certe dell’attacco. C’è una seconda ipotesi. L’improvviso cambio di programma non è dovuto alla diffidenza di Berlino, ma piuttosto a motivi di opportunità politica maturati a Roma. Il Vaticano teme l’avanzata del Comunismo e dunque preferisce fermare l’attentato ed attendere l’intervento degli anglo-americani, piuttosto che rischiare di lasciare mano libera all’antifascismo rosso nella gestione del dopo Mussolini. ”A farcelo notare fu Ugo La Malfa, precisa Armando Bettiol. Si ipotizza che il Vaticano avesse dato delle indicazioni di attendere l’intervento degli Alleati, anziché azzardare un sovvertimento interno che conteneva troppe incognite”. Le armi per l’attentato erano pronte: c’era una cassa di bombe a mano “ananas” nascosta in via Col di Lana in casa di Armando Bettiol, pronte ad essere trasportate all’interno della recinzione di Villa Gaggia. “Quelle bombe – ricorda Bettiol – dopo il contrordine le nascosi sotto uno strato di malta in cantina e servirono dopo l’8 settembre ai partigiani nella zona di Longarone e Zoldo”.  Non vi sono dubbi, insomma sul progetto dell’attentato, che ha tutta l’aria di essere stato organizzato dai vertici militari (Badoglio). Ciò che non quadra sono i tempi. Il maggiore Del Vecchio, comandante dei reduci, contatta Tattoni e Bettiol per la cassa di bombe alcune settimane prima del 19 luglio. Come faceva ed essere informato dell’incontro con tanto anticipo se, come dice Fredrick Deakin nella sua “Storia della Repubblica di Salò”, l’incontro fu deciso all’improvviso da Hitler solo il giorno prima? L’unica spiegazione che azzardiamo è quella che il complotto fosse nato, in origine, solo per togliere di mezzo Mussolini.  Villa Gaggia, infatti, era già stata identificata come un “obiettivo strategico” in quanto esisteva un progetto, poi abbandonato, di trasformarla in residenza del Duce, in alternativa a Salò. La circostanza, sarebbe avvalorata da alcuni interventi, che l’impresa Monti di Auronzo fu chiamata a realizzare in previsione della costruzione di un rifugio antiaereo. Non c’è dubbio che se Hitler e Mussolini fossero stati spazzati via in un sol colpo dagli Alpini, la guerra sarebbe cessata molto prima. Ma, evidentemente, più delle difficoltà operative, cui abbiamo accennato e che comunque appaiono secondarie per un manipolo d’uomini fortemente determinati e pronti al sacrificio, a pesare furono le valutazioni politiche di chi nel ’43 lavorava già per il dopo Fascismo.

1 commento:

  1. Gli americani non avrebbero potuto INVADERCI come "salvatori" ossia il DOLLARO della privata Federal Reserve Americana non avrebbe potuto "salvare" l'Europa e diventare la MONETA MONDIALE! Mi sembra chiaro che a comandare non siano i capi di stato, bensi il Vaticano e le grandi banche centrali attraverso il Sistema Monetario Internazionale (SMI). TANTISSSSIME GRAZIE DEL ARTICOLO

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